Lodia mandragora

Il nuovo genere
Lodia: Lodia mandragora

di Carlo Zanovello (Il sole rarità botaniche) e Alessandro Mosco

Lodia mandragora è una piccola cactacea messicana, infrequente nelle collezioni e rara anche in natura.

Lodia mandragoraLa storia. La prima menzione di questa specie apparve nel 1925 nel supplemento dedicato ai cactus che Fric conduceva sulla rivista cecoslovacca Zivot v prirode. In un paragrafo, a pagina 66, annotava: ‘Ho cominciato ad aprire i sessanta colli Spediti dal Messico ed ho trovato alcuni campioni di nuove piante che non appartengono a nessuno dei generi esistenti. Ho dato a questa pianta il nome provvisorio di Napina Fric gen. Nov. Mandragorana Fric sp. n. La ragione della scelta di questo nome sta nell’affinità con Ech. Napimos [Neoporteria napina] del sudamerica e nella bizzarria delle sue radici bulbose. Ho deciso di dover cominciare la descrizione delle nuove piante per assicurare la nostra priorità… Nei prossimi numeri pubblicherò la descrizione dei nuovi generi: Haagea Schwartzii, Fric, g. et sp. n. e Fobea viridiflora, Fric, gen. et sp. n.
Fric non pubblicò mai una descrizione di questa specie, che invece fu fatta da Berger nel 1929, anno in cui mandragora entra ufficialmente nel mondo della tassonomia. Dell’intenzione di Fric di descrivere questo cactus rimane traccia nell’Erbario Nazionale degli Stati Uniti dove è conservato un vecchio campione di questa specie, assieme ad una foto datata e ad alcune interessanti annotazioni. Una in particolare, scritta su di un pezzetto di carta ingiallita, recita: ‘Napina mandragora Fric gen. et sp. n. Fiori centrali dall’areola, semi grandi [illeggibile] simili a Cereus’ . Se solo questa descrizione fosse stata fatta su di una rivista od un libro, il nome Napina mandragora sarebbe stato valido.

La nomenclatura. Il nome generico Napina e quello specifico mandragora si riferiscono entrambi alla grossa radice carnosa tipica di questa specie. Nella vecchia annotazione di Fric compare però anche il riferimento ad un altro carattere, la dimensione dei semi, che nella descrizione di Berger ed in quelle seguenti non viene più menzionato, ma che, secondo noi, è rilevante per una corretta classificazione di questo taxon. Gli anni successivi alla descrizione di Berger videro il nostro mandragora cambiare spesso genere di appartenenza. Buxbaum ed Oehme lo inserirono nel genere Rapicactus, in compagnia di subterraneus, a causa della grossa radice a rapa. Backeberg lo trasferi quindi in Gymnocactus da dove, per opera di Anderson, approdò in Neolloydia. Alla fine per mano di Zimmerman andò ad aumentare le fila dei Turbinicarpus. Recentemente è stata riproposta la sua inclusione in Neolloydia, questa volta da un botanico russo, Doweld, sulla base della morfologia dei semi. Lo stesso Prof. Doweld ha recentemente (2001) svolto un nuovo lavoro nel quale ammette che i suoi precedenti studi erano errati in quanto effettuati su semi commerciali appartenenti in realtà ad un’altra specie e accetta il nuovo genere Lodia.

Il nuovo Genere. La sorte favorevole per uno di noi (Zanovello) nel riuscire a coltivare quattro esemplari di mandragora innestati su gracili Pereskiopsis e a portarli a fioritura contemporaneamente, ci ha permesso di fare alcune importanti osservazioni su frutti e semi. Il frutto, simile a quello dei Turbinicarpus, è piccolo, verde e si apre attraverso una deiscenza laterale, i semi invece sono completamente diversi. Essi sono più grandi, con l’ilo obliquo, ovale e di dimensioni inferiori rispetto a quello quasi triangolare tipico di subterraneus e specie affini. Per morfologia i semi di mandragora assomigliano piuttosto a quelli dei Pediocactus. Queste differenze ci hanno sorpreso in quanto la variabilità morfologica dei semi all’interno del gruppo di specie (beguinii, booleanus, pailanus, subterraneus, zaragozae) ritenute maggiormente affini a mandragora è molto piccola. Considerando i caratteri dei semi, secondo noi mandragora non è imparentato con beguinii ed i taxa ad esso correlati. Abbiamo così scelto la strada di creare il nuovo genere Lodia per ospitare questa specie tanto peculiare.
I più giovani tra gli appassionati italiani di succulente forse non conosceranno il contributo del Prof. G. Lodi alla diffusione della passione per queste piante. Per questo motivo abbiamo voluto ricordarlo quale maestro di tanti amatori di piante grasse ed autore del primo libro in lingua italiana sull’argomento. Ci è parso bello dedicare a lui il nuovo genere Lodia abbinando il suo nome a quello di mandragora che richiama nel nome una delle specie più interessanti e rare della flora locale, flora a cui il Prof. G. Lodi dedicava altrettanto interesse che alle succulente.

Lodia mandragora innestatoLa descrizione. Lodia mandragora è una specie di piccole dimensioni, col fusto globoso, suddiviso in tubercoli ed una grossa radice napiforme. Le spine centrali, in numero di due o tre, sono bianche con la punta scura; le radiali, da 10 a 14, sono vitree, bianche. I fiori, di circa 25 mm di diametro, nascono all’apice della pianta tra gennaio e febbraio. Il loro colore è variabile dal bianco al rosato. Il frutto è verde, nudo, salvo qualche rara e minuta squama, e si apre attraverso una fessura longitudinale. I semi sono relativamente grandi con l’ilo obliquo, ovale, piccolo.

La coltivazione. Questa specie è molto lenta nella crescita, paragonabile agli Ariocarpus o forse anche più lenta, inoltre è pianta difficile a fiorire, in particolare sulle proprie radici, per cui in commercio di piante e semi se ne trovano pochi ed inoltre si possono trovare facilmente semi di altra specie offerti come mandragora. I fortunati che si trovino in possesso di esemplari di questa specie curino bene le loro piante facendo attenzione che non pendano le radici perché poi sarebbe difficile fargliele rifare, col rischio di perdere la pianta e di non poterla sostituire tanto facilmente. Per la coltivazione di piante franche possiamo consigliare un terriccio minerale ed un’attenzione particolare alle innaffiature, specie nel periodo autunnale, quando un’umidità più elevata ed una minore insolazione rallentano l’asciugatura del terreno. Più sicura è la coltivazione su innesto, sembra anche scarso il pericolo di un rifiuto da parte del soggetto, che garantisce dal rischio di perdere le piante per marcescenza delle radici. A tutti per Lodia mandragora buona coltivazione.

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Astrophytum

Genere Astrophytum

Il genere Astrophytum è costituito da specie di forma da globoso-depressa a tendenzialmente colonnare, sia a seconda dell’età; che della specie, con morfologia molto variabile ma tutte accumunate soprattutto dalle caratteristiche di fiore e semi, autosterili (o quasi, come A. ornatum).
Vista però l’estrema divergenza nella maturazione del frutto e nel colore dei fiori, Backeberg distinse il genere in 2 sottogeneri:

1. Euastrphytum, con ricettacolo, centro del fiore e boccio (ma non sempre) gialli, frutto verde bruno secco a maturazione, aprentensi a stella in alto per distacco dei carpelli. Semi neri di un paio di mm circa: A. myriostigma, A. ornatum.
2. Neoastophytum, con boccio, centro del fiore e ricettacolo rossi, frutto maturo rosso- brunastro, con porzione secca del fiore ancora attaccata e deiscente con una fessura basale che lo fa ribaltare (a meno che le spine non lo sostengano) indietro, semi marroni di maggiori dimensioni, come A. capricorne, A. coahuilense, A. senile, oppure afflosciantesi senza fissurarsi A. asterias.

E’ interessante notare che tra i due sottogeneri è molto difficile ottenere ibridi, soprattutto tra myriostigma e coahuilense, un tempo considerati addirittura cospecifici.
Sono piante provenienti da un areale vasto, che va dal sud degli USA fino al Messico centrale, con i Neoastrophytum più nordici e gli Euastrophytum più meridionali.
Non tra le piante più difficili da coltivare, necessitano di alcuni accorgimenti per evitare brutte sorprese ed ottenere copiose fioriture.

Il terriccio. Vivendo in natura in terreni argilloso-calcarei leggermente alcalini, è necessario tenere conto di ciò quando si va a preparare il terreno per i rinvasi: se l’acqua delle annaffiature sarà ricca di calcare si potrà optare anche per un miscuglio leggermente acido, se invece si utilizzerà acqua tenera sarà importante andare ad aggiungere una fonte di calcio. Importante sarà anche assicurare un buon drenaggio nel terreno al fine di evitare un deleterio ristagno, soprattutto per le specie più sensibili (le più nordiche) come asterias e coauilense, ma anche A. senile, ai quali può giovare porre alla base del fusto uno straterello di ghiaino inerte per proteggere un’area così delicata.
Un terriccio utilizzabile può essere costituito da una base di 1/3 di sabbia grossolana, 1/3 di lapillo lavico e 1/3 di terra argillosa di campo, alla quale aggiungere da meno del 10 al 20% di terra di foglie a seconda della specie. Se con le annaffiature o con la terra di campo non si raggiungerà un giusto grado di alcalinità, sarà utile aggiungere un certo quantitativo di ghiaino calcareo (per esempio dolomitico); sarà anche utile, almeno per le specie più delicate, l’aggiunta di carbone sminuzzato in quantità non eccessiva. Naturalmente tanto maggiore sarà il ristagno di aria nell’ambiente in cui vengono mantenute le piante, tanto più occorrerà aumentare il materiale drenante nella composta, aggiungendo pomice o lapillo, a discapito della quantità di terriccio di foglie.
Per le specie più delicate, ma anche alle altre non fa male, può essere utile un drenaggio al colletto con ghiaino inerte per evitare il ristagno e quindi ridurre il pericolo di marciumi basali.

Le concimazioni. Una buona gestione delle concimazioni è indispensabile per ottenere una crescita equilibrata e copiose fioriture: sarà innanzitutto utile aggiungere alla composta per i rinvasi un cucchiaino/litro di concime granulare a lenta cessione, avente basso tenore di azoto ma ricco di fosforo e potassio (N-P-K 1-2-3) poi, dall’anno successivo al rinvaso, effettuare alcune concimazioni liquide distribuite nell’arco della stagione vegetativa con un prodotto solubile avente gli stessi requisiti. Comunque, tanto più si concimerà, tanto più le piante perderanno il loro aspetto caratteristico diventando al tempo stesso molto più esposte alle malattie, per cui è meglio essere parsimoniosi.

L’esposizione. L’esposizione migliore è quella in pieno sole, che oltre ad irrobustire le piante, stimola la fioritura e rende più numerosi i punti bianchi, rendendole simili alle loro meravigliose sorelle che vivono in habitat. Chi sostiene che sono piante che, essendo nate in vivaio non possono sopportare altro che luce riflessa o al massimo mezzombra, si ritroverà piante poco fiorifere, allungate, con radi puntini ma soprattutto molto delicate.
È però necessario prestare particolare attenzione ad inizio stagione, quando le piante vengono di nuovo esposte alla luce solare: essendo molto sensibili alle scottature, è necessario abituarle con gradualità per evitare lesioni permanenti da ustione, magari proteggendole con ombreggi a maglia via via più larga fino ad arrivare ad una piena esposizione.

Le innaffiature. La somministrazione di acqua nella stagione calda dovrà essere copiosa ma rada, in modo da permettere la completa asciugatura del pane di terra tra un’innaffiatura e l’altra. Soprattutto per le specie sensibili come l’A. asterias occorrerà al termine del riposo invernale somministrare gradualmente quantità maggiori di acqua.
Ogni volta che si effettuerà un trapianto sarà necessario attendere almeno una settimana prima di innaffiare.

Le malattie. I parassiti animali sono costituiti soprattutto dalle cocciniglie, soprattutto la cotonosa, che allo stadio di neanide si confonde perfettamente con i puntini bianchi, e quella delle radici, capace di prosciugare le piante se non curata. La cura migliore è la prevenzione con insetticidi specifici sia in annaffiatura che sulla parte aerea utilizzati almeno 2 volte all’anno, ma nel caso si manifestino, dopo una buona lavata delle parti colpite, si può intervenire con i prodotti suddetti.
Il ragno rosso costituisce un altro grosso problema che vista la difficoltà di cura è forse meglio prevenire con trattamenti con prodotti specifici soprattutto nei mesi caldi. L’esposizione in pieno sole è comunque uno dei migliori metodi di prevenzione, rafforzando e rendendo più spessa, quindi difficoltosamente attaccabile, la cuticola.
Per quanto riguarda le infezioni da nematodi, la cosa migliore e forse tagliare le radici infette (ricoperte dai caratteristici noduli) e attendere che la pianta ne emetta di nuove, naturalmente dopo aver cambiato vaso e terriccio.
Le malattie vegetali, essenzialmente fungine, vanno essenzialmente prevenute con almeno tre trattamenti con prodotti specifici, meglio se sistemici, effettuati in annaffiatura ad inizio, metà e fine stagione vegetativa.

La semina. Seminare Astrophytum riserva grandi soddisfazioni, in quanto gia dopo un paio di giorni dalla semina iniziano a germinare e le piantine crescono abbastanza in fretta. È però importante per evitare epidemie di marciume scoprire le seminiere la più presto dopo la nascita, mantenendo pero il substrato sempre umido almeno per i primi due mesi di vita al fine di consentire un equilibrato sviluppo radicale. Ogni tanto sarà buna norma somministrare un concime per cactacee a bassa concentrazione

Ariocarpus

Genere Ariocarpus

Il genere Ariocarpus è costituito da piante di piccole dimensioni, molto poco visibili in habitat, costituito dai rilievi desertici che vanno dall’estremo sud degli USA fino al Messico centrale, grazie al fusto poco sviluppato con caratteristiche mimetiche. Hanno tutte una radice carnosa molto ingrossata, a forma di rapa, che può superare in dimensioni la parte aerea, la quale è costituita da tutta una serie di tubercoli di varia forma e dimensione più o meno addossati gli uni sugli altri, in alcuni casi avvolti alla base da lanugine, presente spesso copiosa anche all’apice. Cuticola coriacea, areole presenti o meno, sempre lanose, spine assenti nella pianta adulta tranne che in A. agavoides e A. confusus, fiori semplici, semi papillati neri ad ilo basale. Il fatto che le varie specie abbiano morfologia in generale molto simile, ma che nel particolare si discostino abbastanza le une dalle altre, ha fatto sì che un tempo fossero divise in tre generi distinti,oggi considerati sottogeneri:

  • Ariocarpus: apice arrotondato molto lanoso, tubercoli non fissurati, areole piccole o assenti, fiori dalla lana alla base dei tubercoli attornianti l’apice (alla stregua delle Mammillaria): A. scaphirostris, A. retusus, A. trigonus, (A. confusus)
  • Neogomesia: tubercoli allungati, non solcati, con un’areola lanosa circolare posta a circa 1 cm dall’apice, portanti alcune piccole spine, fiore semplice dall’areola dei tubercoli più giovani: A. agavoides.
  • Roseocactus: apice lanoso, tubercoli con solchi più o meno evidenti, areole grandi, molto lanose, poste spesso all’interno di un solco centrale più profondo, fiori semplici dal centro dell’apice, da quelle che poi si evidenzieranno come areole (come i Turbinicarpus): A. fissuratus, A. kotschoubeyanus.
  • A. bravoanus, viste le caratteristiche, costituisce un gruppo a parte.

In ogni caso sono tutte piante di crescita lenta, molto difficili da coltivare se non vengono rispettate alcune condizioni.

Il terriccio. Una particolare cura va posta nella preparazione del terriccio, che dovrà essere molto drenato, privo di ristagni d’acqua che portano presto alla morte le radici più sottili. La composizione dipenderà molto da dove le piante vengono poste durante il periodo di vegetazione: in piante coltivate all’aperto, in posizione soleggiata, un’idea può essere partire da una base costituita per 1/3 di terra argillosa, molto importante per la crescita di tutte le specie vista la natura dei terreni di origine ma soprattutto per A. kotschoubeyanus e A. agavoides, 1/3 da sabbia molto grossolana di fiume e per 1/3 di lapillo lavico grossolano che oltre a costituire un ottimo materiale drenante è ricco di potassio (fino 50%) e fosforo (fino 15%) utilizzabili, sostanze di cui tutte le cactacee necessitano (attenzione però all’alta quantità di azoto di alcuni tipi). Si potranno poi aggiungere una quantità molto esigua di humus, che non dovrà superare il 10% sul totale, anche per le piante giovani, una certa quantità di ghiaino calcareo (ad esempio lo scarto di lavorazione del marmo, poco costoso e discretamente utilizzabile dalla pianta) in misura variabile (da 0 al 15% e più)in funzione del calcio presente nella terra di campo e nell’acqua delle annaffiature, molto importante in quanto in habitat le piante crescono su roccia calcarea. Può anche essere utile (forse più per la tranquillità del coltivatore che non per le piante) l’aggiunta di una piccola quantità di carbone sminuzzato, che dovrebbe ostacolare la crescita dei funghi sequestrando loro nutrimento ed enzimi di cui si avvalgono. È importante che la parte vicina al colletto sia avvolta da materiale grossolano come ghiaino quarzifero, che funga da drenaggio superficiale per evitare il ristagno a livello di una zona così sensibile. Passando ad ambienti di coltivazione diversi, come serre, tunnel, ecc., tanto più aumenta il livello di umidità e il ristagno dell’aria, tanto più sarà necessario aumentare la quantità di materiale drenante nella composta aggiungendo lapillo, pomice (sostanza inerte molto usata, però avente solo funzione di alleggerire il terreno, in quanto costituita da silice quasi pura) e quant’altro possa diminuire il ristagno nel terriccio, diminuendo contemporaneamente la quantità di terra di foglie aggiunta.

Le annaffiature. Per quanto riguarda le annaffiature, è da sfatare la credenza secondo cui vadano innaffiati molto raramente con quantità esigue di acqua: il continuo asciugarsi del pane di terra in tempi molto brevi porta alla morte le radici assorbenti, che vengono riformate con estrema difficoltà dalla pianta soprattutto se vecchia. Di conseguenza, sarà importante imbibire perfettamente il pane di terra ad ogni annaffiatura, magari fornendo l’acqua dal basso, lasciando poi che si asciughi perfettamente (condizione essenziale per la salute delle piante) in ogni sua parte prima di ripetere l’operazione. In ogni caso, tanto più frequentemente si innaffierà, tanto maggiore sarà la crescita, ma di conseguenza aumenteranno esponenzialmente i pericoli per la pianta. In inverno dovranno rimanere assolutamente asciutti e ad una temperatura di 5-10° C. In primavera è importante iniziare ad innaffiare solo quando si noterà che la pianta inizia ad abbozzare una ripresa vegetativa, con quantità dapprima limitate di acqua, via via crescenti con l’avanzare della stagione.

Le concimazioni. Le concimazioni dovranno essere molto scarse, aggiungendo un cucchiaino per litro di terra circa di perfosfato minerale (o di concime a bassissimo tenore di azoto ma alti fosforo e potassio se il terreno scarseggia di quest’ultimo) nella composta di rinvaso, in più si interverrà con un paio di concimazioni liquide, fatte ad inizio stagione e più o meno alla metà di agosto per favorire la fioritura, con un prodotto con un rapporto azoto-fosforo-potassio pari ad 1-2-3 molto diluito (0,5 gr in un litro). Come per le annaffiature, tanto più frequentemente si concima , tanto più la pianta cresce, ma tanto maggiori dovranno poi essere i trattamenti contro le malattie favorite dall’eccesso di vegetazione (relativamente alla velocità che può avere un Ariocarpus) che indebolisce i tessuti.

I rinvasi. Il materiale dei vasi contrappone i coltivatori, comunque se da un lato la terracotta evita maggiormente il ristagno profondo, dall’altro a causa del richiamo laterale di acqua tende a far sì che le radici sottili si concentrino sulla parete del vaso, con di conseguenza stress idrico e mal utilizzazione del pane di terra. È allora forse meglio optare per i vasi in plastica, scelti innanzitutto molto profondi per favorire lo sviluppo della radice napiforme, e di una misura tale da permettere alla pianta di rimanervi per molti anni. Infatti tutti gli Ariocarpus sono molto poco simpatici dopo i trapianti, morendo a volte quando tutto sembra fatto a regola d’arte: è importante evitare soprattutto di lesionare il fittone centrale, ma anche la perdita di alcune radici sottili può essere deleteria, per cui è meglio non effettuare eccessive pulizie dalla terra vecchia, soprattutto con utensili lesivi o con getti d’acqua troppo forti, lasciando magari una minuta porzione di composta attorno alla parte assorbente, per evitare troppo stress. La pianta svasata si lascia poi asciugare bene, cospargendo eventuali ferite con polvere di carbone, lasciando poi passare almeno 10 giorni prima di effettuare una annaffiatura.

L’esposizione. Anche se può determinare una crescita leggermente più lenta, l’esposizione in pieno sole, all’aria aperta, è quella che dà i migliori risultati: l’irradiazione solare fortifica molto i tessuti, rendendo le piante più resistenti alle malattie vegetali ed animali. È chiaro che man mano diminuisce il ricambio d’aria sarà necessario schermare la luce solare, per evitare eccessivo calore e problemi alle piante.

Le malattie. I parassiti vegetali sono costituiti dai normali funghi che colpiscono le cactacee : Fusarium, Phitium, Phitophora, ecc, la lotta ai quali deve essere essenzialmente preventiva, effettuando almeno due (ma anche più) trattamenti, all’inizio e alla fine della stagione vegetativa, con fungicidi aventi il più ampio spettro possibile, sia spruzzando la parte aerea sia annaffiando.
I parassiti animali sono anch’essi i soliti: innanzitutto le cocciniglie, soprattutto quella delle radici, possono dare molti problemi, dato che la presenza di pochissimi esemplari è già in grado di arrestare la crescita. Anche in questo caso è molto meglio prevenire mediante insetticidi idonei, sia sistemici che per contatto, da usare anche in annaffiatura. Il ragnetto rosso, da combattere mediante opportuni acaricidi, è un problema tipico delle piante mantenute in ambienti chiusi e/o poco luminosi, in quanto le piante mantenute al sole sviluppano una cuticola spessa, difficilmente intaccabile dal rostro dei piccoli acari. Seedling

La semina. La semina degli Ariocarpus può dare notevoli soddisfazioni, a patto di non avere troppa fretta, dato che difficilmente si avranno fiori prima dei 5 anni (comunque chi dice che sono esageratamente lenti dovrebbe provare gli Aztekium da seme). Essa può avvenire in piccoli contenitori riempiti con un normale terriccio per la semina delle cactee, sul quale vengono sparsi i semi, senza interrarli, si bagna bene con un fungicida e si copre con un vetro o un nylon. Per aiutare la germinazione può essere utile una certa escursione termica tra il giorno e la notte, soprattutto per le specie più settentrionali. Sembra che le piantine, una volta germinate, gradiscano per i primi mesi un ambiente chiuso, umido, ma ciò favorisce molto il propagarsi di micosi, con di conseguenza la necessità di trattamenti fungicidi molto più frequenti, e lo svilupparsi delle microalghe in superficie, difficilmente poi contrastabili (può essere utile un leggero strato di materiale inerte superficiale). Un altro problema è dato dalle larve di Sciaridi, vermetti biancastri che mangiano molto volentieri le piccole piante: è importante allora non appena si manifestano intervenire con trattamenti insetticidi. Le piantine andranno concimate non troppo frequentemente con un concime per cactacee a bassa concentrazione (05-1 per mille) e mantenute per il primo anno a mezzombra.

Comunque, come diceva il prof. Lodi, gli Ariocarpus “crescono molto lentamente e se si aiutano con terra troppo grassa e troppa acqua marciscono facilmente…Ma tenuti in terra magra e permeabile, d’estate al sole e all’aperto, in modo che possano godere del fresco e dell’aria umida della notte e della prima mattina, asciutte e al fresco d’inverno, possono vivere per molti anni”.